IL FATO CON ME HA GIOCATO

 

di Luigi Calloni

 

Livorno, 18.2.1981

 

INDICE

 

 

  

 PREFAZIONE

 

   La mia nascita

   La scuola

   La perdita del nonno

    CAPITOLO II

       L’arte nasce in me

       Mi vidi allo specchio

    CAPITOLO III

       La prima esperienza d’amore

       Il ritorno all’arte

       Il negozio

       Scacciai la felicità

    CAPITOLO IV

       La mia lotta per un posto di lavoro

       Riflessioni

    CAPITOLO V

       L’ignoranza umana

 

    CAPITOLO VI


   
CAPITOLO VII

       Un’accusa infondata

    CAPITOLO VIII

       Un soffio di vento, un soffio d’amore

    CAPITOLO IX


   
RIEPILOGO

 

          

   POESIE

 

La mia mamma

Alzando gli occhi al cielo

Addio Amore

Solo senza te

Non è giusto

Tu vivi in me

Corri vita

Uno dei tanti…gli handicappati

Viva più che mai

Bentornata mamma!

Uomo senza volontà

Lui per noi

Morire di te

Il sorriso del mio amore

Salve Satana!

Mio Signore

Gli schiavi dell’amore

L’albero della pace

Al di là

Un altro Natale

Io sono il tuo uomo


PREFAZIONE

 

Questo libro che ho voluto scrivere, narra la mia vita sino ad oggi.


Nacqui nel 1948 ed in quell’anno dovevo portare gioia e felicità ai miei genitori. Ma l’evento non fu d’accordo, il fato con me aveva giocato.
Per risalire a tutto questo debbo dirvi che nel periodo della gravidanza, mia madre prese un calmante, perché aveva un forte mal di testa; le dissero che non le avrebbe portato nessun nocumento. Si sbagliarono poiché quelle pillole erano in realtà un farmaco molto forte e nocivo.
In quel tempo viveva in Germania un noto professore che avendo tante pillole e non sapendo come smerciarle, gettò nell’aria, o come altro preferite, un virus influenzale. In breve tempo si arricchì con lo smercio di quelle maledette pillole, che nella stessa Germania, ove se ne fece grande uso, causò una strage della stessa mia menomazione.
In Italia arrivò da ultima, ma sempre in tempo per colpire.
Tutto questo mi è stato raccontato da una nobile Signora che anche ad ella era nata una bambina identica a me ed aggiunse che in seguito alla diffusione di questo farmaco il mostruoso professore venne processato e giustiziato. A mio giudizio, tale condanna non è stata abbastanza sufficiente nei confronti di tutto il male che ha causato all’umanità sia moralmente che fisicamente.
Non aggiungo altro in merito, troverete nel contesto del libro ciò che qui non ho scritto e che potrà essere oggetto del Vostro giudizio.

 

  CAPITOLO I

La mia nascita

 Alla periferia di Livorno, in una tipica zona sul mare denominata "Banditella", in una mattina di ottobre del 1948, stava nascendo in una modesta stanzetta un bambino. Tutti i parenti erano in attesa del lieto evento ed ansiosi di sapere se nasceva un maschio o una femmina. Ancora pochi attimi e l’attesa sarebbe terminata.

Ahimè, il destino crudele aveva giocato un atroce scherzo!

La gioia si tramutò in breve in dolore e sbigottimento perché quella piccola creatura venne alla luce con due piccole mani.

Si, ero nato io. Avrei dovuto portare tanta gioia e felicità ed invece causai dolore e disperazione, non certo per mia volontà.

Venni portato immediatamente in ospedale dove i medici definirono la mia malformazione "focomelia agli arti superiori". Dissero ai miei genitori che urgeva un intervento che, altrimenti, non sarei sopravvissuto. La volontà di Dio contraddì tutti e vissi senza nessun intervento anche perché i miei genitori non lo acconsentirono.

Così, passati i primi giorni di sbigottimento per l’accaduto, la notizia fece il giro di quella piccola comunità e tutti i conoscenti ed i parenti cominciarono ad affezionarsi a quel bambino nato così diverso dagli altri.

La mia famiglia era molto numerosa poiché assieme ai miei genitori convivevano, oltre al mio fratello maggiore, Franco, anche i miei nonni Luigi e Iolanda. Poi la casa era sempre frequentata dagli zii per cui mi sono trovato sempre circondato dall’affetto di tutti.

Specialmente per quanto riguarda il nonno, divenni ben presto il suo nipotino preferito, naturalmente viziandomi.

La prima infanzia si svolse tutta in quel rione.

Assieme alla mia famiglia vivevo in una casa circondata da un grande giardino ove trascorrevo la maggior parte di tutti i giorni.

Per me quel giardino si animava come fosse un grande bosco. Avevo un grosso cane da guardia che mi era molto affezionato e mi proteggeva nelle mie lunghe e solitarie passeggiate.

Gli anni passavano e anch’io volevo ed intendevo fare quello che gli altri compagni dell’età di cinque anni facevano.

Come loro volevo tirare l’arco, la fionda e tante altre cose a me proibite. Le mie piccole mani non ci riuscivano e così imparai a farlo con i piedi come del resto facevo già per mangiare riuscendovi talmente bene, anche troppo direi e con tanta precisione, che perfino i grandi ne rimanevano sbalorditi.

Ad essere sincero, nella piccola comunità mi sentivo un re. Vi chiederete perché? A parte che c’erano poche case, un negozio di alimentari, una macelleria e tutt’intorno campi, è che in primavera ed estate prendeva l’aspetto di un libro da favola ed i compaesani non mi misero mai in difficoltà con gli sguardi ed i perché, ma ero per loro come tutti gli altri bambini. Ecco perché mi sentivo un re in quel piccolo regno.

Come vi ho già detto, mangiavo con i piedi, ma col passare del tempo imparai a farlo anche con le mani, con molto soffrire perché per me era faticoso tenere delle posate in mano.

Allora mio padre comprò delle posate molto leggere e con quelle imparai, anche se sul principio mi ribellavo e non volevo mangiare. Fu la costanza della mia mamma che mi fu molto di aiuto. E oggi, se faccio tante cose con le mani, lo devo alla sua costante e tenace volontà.

La scuola

Così il tempo passava ed arrivò anche per me il primo giorno di scuola. Ne ero contentissimo, entusiasta. Fu il nonno a portarmi per la prima volta in centro ed io, che non ero mai uscito dal mio guscio, ne provai timore.

Benché avessi sei anni comprendevo di avere una menomazione, ma ero col mio nonno e mi sentivo protetto. Ero eccitato di salire per la prima volta su un tram e di vedere cose nuove e questo mi fece dimenticare la diversità dagli altri.

Una volta giunti in centro città andammo alla UPIM. Vidi tante cose e tanti giocattoli. Non che mi fossero mancati, ma tanti in una volta non li avevo mai visti.

Giunti al reparto scuola il nonno compro tutto il necessario ed anche di più.

Fui iscritto alle scuole comunali di Ardenza come tutti i bambini normali. Questo mi creò delle difficoltà ma nello stesso tempo imparai anche a stare a contatto con tanti altri bambini.

La scuola fu molto difficile per me, poiché non potendo essere svelto nello scrivere come gli altri miei compagni di classe, le più volte, quando la maestra dettava, rimanevo indietro. Non mi arresi mai e con la buona volontà fui sempre promosso.

Adesso voglio narrarvi un episodio accadutomi durante il periodo scolastico.

Tutto ebbe inizio una mattina che mi alzai come di consueto allo stesso orario di tutte le mattine. La mamma mi vestì, feci colazione e la salutai. Aperto il portone di casa, percorsi tutto

il viale del giardino e mi apprestai ad aprire il cancello che era chiuso con un paletto non molto oliato. Con una mano tenevo la cartella e con l’altra tentavo con tutte le forze di tirare a me il paletto, ma le mie piccole mani non avevano la forza necessaria. Quando all’improvviso, con mio stupore e meraviglia, ecco apparire un Angelo ricoperto di una veste color cielo e al di sopra del viso che non sì vedeva, c’era l’aureola. Vidi una delle sue mani aprire il paletto del cancello. Rimasi senza fiato. Avrei desiderato chiedergli tante cose, ma come era apparso dal nulla, così scomparve.

Questo non è che il principio di ciò che mi sarebbe accaduto in seguito.

La perdita del nonno

Il tempo corre veloce ed ecco che alla porta della mia casa bussa la morte portandosi con sé il mio nonno. A me non sembrava vero ma dovetti rassegnarmi alla realtà. Allora si piansi, lo chiamavo, lo cercavo. Per me era stato più che un nonno. Era affettuoso, sempre sorridente, scherzoso; ero il suo coccolo. Sempre lo ricorderò.

Ed ecco il secondo fatto accadutomi.

Non erano ancora trascorsi tre mesi dalla sua dipartita che da allora dormivo nella stessa camera della nonna, in lettino a parte. Non riuscivo a prender sonno e incominciai a pensare al nonno, quando ad un tratto una musica che non saprei definire, incominciò ad inondare la camera. Domandai: "nonna, non senti anche tu questa musica"? Lei rispose no! Mentre io continuavo ad udirla mi chiesi: "io si, la nonna no!".

La sera seguente la riudii ancora e non solo quella. Una mano mi accarezzò la guancia destra. Un brivido mi corse lungo la schiena, accompagnato da un sudore freddo. Si, ebbi paura, ma passò subito quando riconobbi il viso del nonno. Allora pensai: "neanche la morte vince l’amore". Riudii la musica ancora per tre notti, poi tacque per sempre.

Terminate le scuole elementari volli frequentare le medie.

Trovando più materie, aumentarono le difficoltà non per la memoria ma per lo scrivere (mio tallone d’Achille) poiché le dettature erano sempre più veloci. I compagni di classe mi aiutavano, non solo in quella ma in tutte le altre necessità.

La. mia era una classe mista, ovvero costituita da maschi e femmine, ed una di loro mi piaceva. Allora ero molto timido ed era sempre lei a prendere l’iniziativa passandomi, per mezzo delle altre ragazze, dei bigliettini amorosi. Ero talmente felice che per doverla guardare dovevo voltarmi così da non stare attento alle lezioni. In una di quelle occasioni la professoressa se ne accorse; mi fece rapporto. Non diedi troppo peso alla cosa , ero troppo felice poiché per me era la prima volta che una ragazza si mostrava innamorata.

Riuscii solamente a terminare la prima media ed al secondo trimestre della seconda, dovetti lasciare gli studi per le maggiori difficoltà. Non avendo più preoccupazioni per gli studi tutto il tempo libero lo trascorrevo in lunghe passeggiate nella vicina campagna o lungo mare, che non distava molto dalla mia abitazione.

Anche tutta questa libertà ben presto mi annoiò, soprattutto in autunno ed inverno, con quelle giornate corte, piovose e fredde dove io stavo in casa senza far niente.

 

CAPITOLO 2

 L’arte nasce in me

Frugando fra i vecchi quaderni di scuola ne trovai alcuni ancora nuovi, ne presi uno, poi una penna e mi sedetti al tavolo di salotto, dove sapevo che nessuno poteva disturbarmi (io sono amante della solitudine). Stava nascendo in me l’amore per la poesia. Iniziai a scrivere la prima, dedicata alla mia mamma, in modo piuttosto triste, come del resto lo sono tutt’oggi e ve la voglio scrivere:

 

La mia Mamma 

"Mamma, da quando sei andata via più pace non v’è nell’anima mia.

Distesa sul letto, priva di vita, 

scendon dai tuoi occhi due lacrime, 

ove mi ci specchio e vi leggo 

figlio mio, per me è finita!

Mamma, mammina mia, 

è inutile chiamarla, ella è morta. 

Mamma, mammina mia, 

un’ultima cosa volevo dirti:

Avevo più bisogno di te che dell’anima mia".

 

   

 

 In questa poesia immagino la madre morta, benché fosse ancora viva. Ma il mio carattere di poeta era così e lo è tuttora.

Dopo questa poesia ne seguiranno molte altre. Non sto a scriverle tutte ma ne citerò alcune, non delle più belle perché per me lo sono tutte. Ero molto geloso di quello che scrivevo e lo sono tuttora.

Nonostante il nascondiglio mia madre le trovò e lesse la poesia che ho appena trascritta. Mi accorsi di questo perché avevo riposto il quaderno in una certa maniera e lo ritrovai in un’altra. Lei non disse niente ma mi bastò vedere quel suo sorriso e ricevere quel suo bacio per comprenderne tutta la sua gioia.

Vi domanderete perché non parlo anche di mio padre. Non ho molto da dire di lui, almeno per adesso.

Tutto il mio amore era rivolto a mia madre. Comunque mio padre, a quel tempo, era un bell’ uomo alto e biondo. Mi voleva tanto bene ed il suo tempo libero lo dedicava a me. I giocattoli che a me erano difficili da usare lui li perfezionava e sopportava tutti i miei capricci, senza mai alzare un dito su di me. Egli voleva molto bene anche a mia madre (Luciana) ed a mio fratello Franco in maniera del tutto imparziale.

Per adesso è tutto quello che ho da dire su mio padre. Lo ritroverete molto presto, ma sotto altre vesti.

Non solo mi piaceva scrivere poesie ma vedendo, nelle belle giornate autunnali, molti pittori dipingere, prendendo spunto da quella campagna, sentii nascere il desiderio di provarci pure io. Ma, non avendo mani come gli altri, pensai di poterlo fare con la bocca o con i piedi. Così mi feci comprare il necessario.

Non vi dico che scorpacciata di colori mi feci! Visto che dovevo aprire i tubetti e strizzarli con la bocca, mia madre ne era molto preoccupata; pensava che in seguito potevo prendere un avvelenamento. Così decise che ogni volta desideravo dipingere fosse lei o qualcuno di casa a strizzarli per me.

Preferivo dipingere con la bocca (sorreggendo il pennello con le labbra), mi ci trovavo meglio, anche se a lavoro terminato mi girava la testa, visto il mio avvicinamento ai colori e acquaragia, dovevo pure stare molto vicino alla tela da pitturare.

Al contrario cioè, di chi lo fa con le braccia, che ne è ben distante.

Per me queste tele imbrattate erano fonte di soddisfazione. Soprattutto per la fatica che mi avevano procurato.

Certamente non creavo capolavori, non sapevo neanche miscelare i colori, o se lo facevo non certo nel verso giusto.

Così decisi di frequentare più spesso quei pittori che in seguito si rivelarono veri amici e allo stesso tempo dei valenti maestri. Così potei migliorare sempre di più.

Ero così entusiasta di ogni quadro che portavo a termine che correvo subito da loro per ascoltarne il giudizio.

Per essere sincero avevo ancora molto da imparare ma non ero per niente scoraggiato. Anzi, quelle critiche "dolci" mi rinforzavano di volontà e di speranza per poter migliorare.

Ma non sempre avevo la voglia di dipingere; talvolta sentivo il desiderio di scrivere una poesia, che adesso scrivo:

Alzando gli occhi al cielo

 

Alzando gli occhi al cielo vidi un bel sole 

e dentro c’era un Angelo d’amore 

che cantava l’Ave Maria tutta per me.

Il sole è rinvolto dalle nubi, 

ha preso la via del deserto, 

ove c’era una capanna senza sole, senza amore.

Allora io presi la via della montagna 

ove c’era una casa di un pastore 

e più vicino una chiesetta, ove tutte le sere il mio amore

vi andava a cantare assieme agli Angeli,

l’ Ave Maria tutta per me"

 

 

Questo scrivere poesie mi ridava serenità, poiché in ogni poesia c’era tutta la mia tristezza, sofferenza, pianto, gioia, delusione e felicità. Tutto uno stato d’animo ricoperto da tanta fede.

Incominciavo a crescere ed a sentire di più il peso di questa menomazione fisica che cercavo di nascondere a tutti ma non di certo alla mia mamma che a sua volta cercava di celano a me. Da figlio me ne accorgevo, ma non tutte le volte era cosi.

C’erano dei giorni che mi sentivo molto depresso e scaricavo tutto il mio malessere su di lei. Capii solo più tardi quanto avessi sbagliato, perché mia madre, nel suo silenzio, molto più di me aveva sofferto.

Da parte mia cosa ho da rimproverarmi? tutto e niente.

Mi vidi allo specchio

Mi ricordo che si era nel mese d’agosto ed in quel periodo passavo le giornate al mare che, come ho già detto, distava poche centinaia di metri dalla mia casa.

Non ricordo con precisione il giorno, so invece che stavo parlando con un amica quando notai un amico venirmi incontro. Avvicinatosi disse che mio padre voleva vedermi subito.

Lasciata l’amica, mi avviai incontro al padre con dentro tanta curiosità. Nell’avvicinarmi a lui vidi che stava conversando con una signora con accanto una bambina dai sette agli otto anni. Disse: vieni Luigi! Voglio farti conoscere una signora e sua figlia. Avvicinatomi ancora, mi resi conto che quella bambina era identica come due gocce d’acqua alla mia menomazione. Rimanemmo entrambi a guardarci dopo di che ci mettemmo a ridere, come per dire chi l’avrebbe mai detto di vedere la propria menomazione fisica su un’altra persona. Ci faceva l’effetto come il guardarci nello specchio.

Seppi così che la bambina si chiamava Maria Grazia.

Divenuti ben presto amici, frequentavo la sua casa che in realtà era una grande e bellissima villa. In seguito seppi che sua madre era una marchesa abitante a Roma, rimasta vedova perché suo marito non aveva retto al dolore per la nascita di quella figlia e già provato dalla sfortuna per la morte della prima figlia.

Un pomeriggio, rientrando a casa prima del previsto, vidi mia madre e la nonna con la signora e sua figlia seduti al tavolo del salotto che parlavano. Davanti a loro c’erano le mie poesie.

Non mi dispiacque che le leggessero e, sedutomi accanto a loro si parlò di tante cose. Una di queste l’avete già letta nella pagina della prefazione.

Ad un certo punto l’argomento cadde sulle braccia artificiali che venivano applicate all’ Ortopedico Rizzoli di Bologna. La notte stessa non feci altro che sognarmi con le mie belle mani lunghe. Feci tanto che convinsi i miei genitori ad intraprendere questa strada e, con l’aiuto anche degli Enti locali, partimmo per Bologna. Mio padre e mia madre, in quel lungo periodo che risiedemmo a Bologna, furono ospiti dei suoceri del mio zio Mauro poiché sono di origine emiliani. Di loro non posso altro che dirne un gran bene.

Così ogni mattina di buonora partivamo per Bologna.

Di menomazioni ne avevo viste tante ma vedendo quelle che si trovavano nell’interno dell’ Istituto Rizzoli, mi facevano sentire quasi perfetto. Per farvene un’idea, c’era un uomo che al posto delle braccia aveva due proboscidi come quelle degli elefanti e così tante altre brutte menomazioni che è meglio non parlarne. Fui portato in una stanza ed adagiato sul lettino. un infermiere mi prendeva le misure delle braccia e del torace, mentre altri ingessavano le mie mani per averne dei calchi. Successivamente mi ingessarono anche il petto per avere altri calchi. In base a questi mi costruirono gli arti artificiali.

Finalmente arrivò il grande giorno. Da dentro alla stanza vidi entrare dei dottori ed uno di loro aveva il mio apparecchio. Me lo fecero indossare. Il primo pezzo veniva applicato come un busto che portavano le donne del tempo andato. Dopo mi applicarono l’apparecchio che si infilava come una giacca e con dei lacci veniva collegato al busto.

Le due braccia all’ interno erano completamente cave, c’erano solamente alcune manopole che io dovevo usare con le mani. Ogni manovella aveva una sua funzione. Da quanto ero emozionato ed eccitato ne tirai una a caso e così facendo mi diedi un bel pugno sul viso.

In seguito imparai il loro funzionamento. Tali arti si svitavano alla base del polso e vi si avvitava il gancio da lavoro, ma tutto questo sarebbe troppo lungo parlarne.

Così salutando e ringraziando tutti coloro che avevano lavorato per me, facemmo ritorno a Livorno.

 

CAPITOLO III

La prima esperienza d’amore

Raggiunti i diciotto anni, anche a me, come a tutte le altre persone normali, nacque il desiderio di avere una donna ma essendo molto timido non riuscivo a niente.

Una sera d’estate, mi ricordo che faceva un’ afa tremenda, mentre riposavo in giardino, una ragazza sui ventitre anni si presentò al cancello chiedendo se poteva usare il telefono. Mia mamma la fece accomodare. Vi confesso che nel guardarla ero rimasto incantato. Era molto bella; indossava un paio di pantaloncini corti, forse un po’ troppo, e la mia fantasia cominciò a galoppare.

Nell’ accomiatarsi, ringraziando, mi accennò un sorriso con sguardo dolce e tenero. Me ne innamorai subito.

A breve distanza di tempo ebbi occasione di rivederla e, fattomi coraggio, cominciai a farle la corte, anche se devo ammettere che fu lei ad incoraggiarmi. Si chiamava Rose Marie ed era di Monaco di Baviera. Era venuta a Livorno con sua madre per ragioni di lavoro ed erano tornati ad abitare in una villetta di fronte alla mia casa.

Così anche la vicinanza ci aiutò molto ed in seguito ci fidanzammo. Arrivò così anche per me il momento magico, tanto atteso. Ci frequentammo per circa due anni e poi, dovendo tornare a Monaco di Baviera, chiese a mio padre se poteva sposarmi. Sia i parenti che la gente del posto ritennero la cosa impossibile per tanti motivi e fu così che parti e tutto finì. Ancora oggi ho di lei un caro ricordo.

Mi insegnò a diventare un uomo togliendomi tanti complessi e di questo le sarò sempre grato.

Ormai ero giunto alle soglie dei vent’anni ed ero tornato ad essere tristemente solo. Ricominciai così a scrivere poesie dedicando l’ultimo canto all’ amore andato:

 

Addio Amore

 

"Addio Amore, cuor mio è spezzato da quel tuo ultimo bacio

e sento la tua mano che la mia sta lasciando.

Addio Amore di giorni di sole, ora quel sole si è spento

e dentro a me c’è freddo e tremito.

Addio Amore! Lingue senza ragione

gettavano nell’aria chiacchiere che a noi han fatto male.

Erano come tante lame che ci han tagliato. Non avendo più radici

anche noi siam periti nella discordia.

Addio Amore, avendo perso te,

sento morire me"

 

Il ritorno all’arte

Ritrovandomi senza l’amore di una donna, più che mai sentii il desiderio di dedicarmi all’arte della pittura. Rispolverata la vecchia tavolozza, ancora intrisa di variopinte tinte, mi iscrissi alla scuola delle Belle Arti di Pittura che si trova come all’ ora nella frazione di Livorno: all’Ardenza. Per recarmi a scuola, nel turno pomeridiano, dovevo percorrere molta strada a piedi poiché a quel tempo non cera nessun mezzo pubblico che vi facesse servizio.

Mi ricordo che il Direttore della scuola era un signore abitante a Firenze che però mi sfugge il nome, mentre il mio maestro, che adesso riposa in pace, era il Prof. Voltolino Fontana.

La prima volta che presi il pennello con la bocca vidi intorno a me stupore e meraviglia. Contraccambiai con un sorriso.

Molti si congratulavano con me e mi rivolgevano tante domande.

Per la prima volta non mi sentivo per niente a disagio e fu così che divenimmo tutti amici.

Per due anni frequentai la scuola delle Belle Arti studiando i più noti pittori del passato livornese e ne uscii abbastanza istruito.

Non ho mai dimenticato gli amici pittori che ho continuato a frequentare ed a fare buon uso dei loro consigli che ancora oggi cerco sempre di mettere in pratica.

Il negozio

La mamma, con l’aiuto di mio zio Luciano, suo fratello, aveva acquistato un negozio di alimentari, anche perché mio padre nel frattempo era rimasto disoccupato. Ne approfittavo per esporvi i miei quadri che molto spesso erano oggetto di complimenti da parte dei clienti, con immenso piacere della mia mamma.

Cercavo anche di rendermi utile nel negozio, quando ricevevo le ordinazioni, talvolta tenevo la contabilità ed inoltre portavo le spese a domicilio. Certo per me era molto faticoso. Le piccole braccia non possedevano la forza necessaria. Comunque, lavorare mi rendeva orgoglioso e mi faceva sentire utile.

Mio padre era solito lasciare la vecchia automobile 1100 davanti al negozio ed io, in quei pochi momenti di libertà, mi sedevo al posto di guida per leggere. Un giorno, vedendo le chiavi nel quadro del cruscotto, mi passò per la mente l’idea di girare la chiave di accensione. Non che sapessi guidare, ma quando andavo in auto con mio padre, essendogli seduto, accanto, imparai il suo funzionamento.

Con l’aiuto delle dita dei piedi, girai la chiave, assicurandomi prima che la leva del cambio fosse in "folle". A quel tempo la "1100" aveva il cambio al volante e, nonostante le braccia corte ,riuscivo perfettamente a cambiare.

Dopo messo in moto innestai la prima lasciando piano il pedale della frizione e, a forza di scossoni, l’auto percorse un centinaio di metri e poi si fermò. Ripetuta la manovra, la macchina

partì bene. Non provavo nessuna paura anche perché il pericolo di provocare incidenti era limitatissimo dato che ai lati della strada vi erano solo campi.

Quando mio padre si rese conto che ero io a guidare la macchina, mi venne dietro con le mani fra i capelli e mia madre urlava: fermati, Luigi!

Questa fu la prima esperienza con 1’ automobile ma in seguito ci provai ancora e debbo dire che nonostante tutto mi riusciva di guidare bene. Certe volte, in quelle vie solitarie dove non passavano auto, portavo a bordo mia madre che per accontentarmi vi saliva anche se teneva tanta paura. In fondo si sentiva felice come lo ero io.

Scacciai la felicità

Si, proprio così, scacciai la felicità da me stesso ed ora vi dirò come accadde.

Ogni volta che vi parlerò di un amore e sempre estate, perché per me è sempre stata la stagione più propizia.

Era un sabato pomeriggio. Seduto sulla "sdraio" sulla vicina spiaggia, conversavo con gli amici più cari. Il tema della nostra conversazione, come di solito, era le ragazze. Ad un tratto Pino, uno degli amici, nota che una ragazza lo stava osservando intensamente e così gli venne l’idea di scrivere su di un tappino da bibita le parole "Ti amo" che glielo lanciò appresso. La ragazza lo raccolse, lesse le parole ed esplose in un sorriso. Per farla breve finì che si fidanzarono.

Io ero l’unico, in quel periodo, a non avere la fidanzata.

Un pomeriggio, la fidanzata di Pino, mi fece conoscere due amiche che come lei prestavano servizio in qualità di infermiere presso l’Ospedale di Livorno. A Pino venne l’idea di fare un gioco, tanto per trascorrere meglio il tempo, ma essendo uno contro tre, chiese a me ed a suo cugino di prendere parte al gioco. Il gioco ebbe inizio, ma essendomi accorto di una ragazza tutta sola, che si teneva in disparte, la convinsi a prendere parte al gioco. Ella accettò. Si mise seduta vicino a me e durante il gioco mi accorsi che non le rimanevo indifferente e che pure a me non dispiaceva. Fu così che col passare dei giorni decidemmo di fare coppia fissa.

La cosa, nata così, per caso, divenne molto più importante di quanto io credessi e ne fui tanto felice.

Anche mia madre era solita frequentare tale spiaggia (chiamata I tre ponti) un po’ perché situata a pochi passi da casa un po’ perché frequentata da molte sue amiche. Ebbe così l’occasione di conoscere la mia ragazza.

Anna, così si chiamava, era di media statura, capelli neri. Nel complesso non era niente male e pure lei, come le altre, era infermiera. Mia madre ne rimase contenta, anche per il mestiere che svolgeva, così non avrebbe trovato difficoltà nell’aiutarmi in tutte le mie necessità.

Ogni giorno il nostro affetto cresceva. Ormai Anna era di casa nella mia famiglia, come una futura nuora. Fu così che si decise a parlare di me ai suoi genitori.

In quei giorni, rimasto solo, feci conoscenza con un’altra ragazza la quale, in seguito, si rivelò poco seria. Non me ne accorsi subito perché ne ero rimasto affascinato ma ben presto cascai nell’ errore.

Quando Anna ritornò, vedendomi con quella ragazza, si mise a piangere disperatamente. In seguito cercò di riportarmi a sé; così pure fecero opera di convincimento anche i miei genitori ed amici ma ormai ero troppo accecato dal falso amore.

Respingendo così la cara Anna troppo tardi mi resi conto dell’enorme errore commesso.

Di Anna riparlerò più avanti, incontrandola in circostanza molto triste.

Ora trascrivo una delle tante poesie che a Lei dedicai:

 

Solo senza te

 

" Dove sei Tesoro?

Già un giorno è passato senza di te.

Il mondo non conosco, cuor mio geloso

in ansia sta per la donna sua amata.

Amore, vorrei dar sfogo

a questo mio pianto che sento salire piano, piano.

Vola tempo, fai presto,

senza di lei io mi spengo.

Un giorno da dimenticare,

per altri giorni da ricordare.

Sono qui che scrivo e a te penso; 

vorrei che già l’alba illuminasse la pia stanza, 

e uno squillo attendere per dirti mi sei mancata. 

Udire la tua voce è come risorgere dall’ oscuro della notte.

Gesù ! Fai presto,

unisci la mia vita alla donna mia."

 

Ad attenderci c’era mia nonna e scendendo di macchina non mi riconobbe. Quando si rese conto che ero io non posso certo descrivervi la sua gioia nonché quella dei miei parenti e di tutto quel piccolo rione.

In realtà quelle braccia pesavano cinque chilogrammi ed a portarle tutto il giorno divenni vano quintali. Con il passare del tempo ne sentivo sempre di più il loro peso ed alla sera dovevano farmi i massaggi alle spalle. Così cominciai a portarle sempre meno, anche perché non riuscivo a farci molto. Mi sentivo più libero con le mie piccole mani e con il tempo anche l’entusiasmo si placò.

 

CAPITOLO IV

La mia lotta per un posto di lavoro

La ricerca per un posto di lavoro, per potermi inserire nella società, risale all’età di diciotto anni.

Quando partecipai al primo concorso di inserviente o usciere presso gli Spedali Riuniti di Livorno, partii in un certo senso favorito a causa della mia menomazione e questo lo sapevano anche i membri della commissione giudicatrice ed il direttore.

Superati gli esami di scritto ed orale, passando all’esame pratico mi sarei aspettato di tutto ma non di dover spazzare e rifare i letti. Come potevo assolvere questo incarico nelle mie condizioni? Così abbandonai la prova pratica senza dire una parola.

La seconda volta mi presentai all’ENEL che, nonostante avessero visto le mie condizioni, decisero di farmi salire su una scala per cambiare le lampade. Non meravigliatevi, non è ancora finita!

Fui chiamato dall’Azienda Municipale Pubblici Servizi e sperai nella volta buona. Di buono non c’era niente poiché decisero di mandarmi per la città a tappare le buche delle strade.

Come potevano prendermi così in giro? Visto che la mia menomazione fisica era così evidente o erano loro ciechi o fingevano di esserlo.

Sia il Comune, la Provincia, la Prefettura, i Partiti di ogni colore, avevano per me sempre le stesse parole: "stia sicuro, il suo caso ci stà a cuore" per non citare altre buffonate o promesse, mai mantenute.

Così si maturò in me l’idea di frequentare un corso serale per conseguire il diploma di spedizioniere marittimo". Mi sacrificai per un anno poiché tutti mi dicevano che chi avesse ottenuto la promozione con ottimi voti avrebbe ottenuto un lavoro.

Non per vantarmi ma fui fra i primi tre, ma come finì? E come volete che sia finita? Con un ‘altra disillusione!

Comunque, anche dopo questa esperienza, non mi arresi; provai a cercare lavoro presso le banche, il cantiere Orlando, agenzie private, ma il risultato fu che oltre a consumare tante paia di scarpe, finii anche per logorarmi il fegato.

Decisi allora di mettere l’anima in pace, cercando di crearmi da me stesso. Credetemi, se è difficile trovare lavoro per uno normale, per noi handicappati è pura illusione, e chi vi riesce ha tutta la mia ammirazione.

Tutto questo mi ispirò questa poesia:

 

Non è giusto

 

"Camminare per le strade, le vetrine guardare 

e in tasta non avere i soldi

per comprarmi da fumare. 

Come fare?

I1 mio sguardo volge al cielo, 

cerco un amico più sincero. 

A Lui domando:

cosa sono io in questo mondo? 

Cosa valgo in questa terra? 

Tutto ha la gente, io niente. Non è giusto.

Ogni casa ha il suo focolare,

ogni uomo il suo lavoro.

D’amare ogni donna; qualcuno d’aspettare.

Io niente, non è giusto!

Solo la morte mi può consolare."

 

Riflessioni

Dopo tutte queste delusioni la vita continuava, ora ero abbastanza maturo in tutti i campi. Il cervello mi ripeteva come un’eco: cosa vuoi fare nella vita? Cosa farai quando i tuoi genitori non ci saranno più su questa terra? C’è tuo fratello, ma lui ha la sua famiglia. Vorranno un domani prenderti con loro?

Tutti questi interrogativi pesavano su queste misere spalle.

Volevo scacciare da me questi tristi pensieri ma nello stesso tempo dovevo accettarli. Non avevo niente che mi desse garanzia per potermi formare una famiglia. Di mio non possedevo che una misera pensione (allora era di circa 36.000 lire ogni due mesi). Pitturavo è vero, ma la pittura non ti dà la garanzia di uno stipendio fisso. E poi, avrei avuto ancora la fortuna di trovare una donna che mi volesse?

Cerano mille domande che mi venivano alla mente.

Avevo una sola speranza: che il Signore potesse tendermi una mano e aiutarmi lungo il cammino della vita. Sapevo che non poteva esaudirmi subito, ma dentro di me avevo tanta fede e tanta fiducia in Lui. Qualcosa nella mia persona mi diceva di non disperare e che quell’ aiuto molto presto sarebbe arrivato. Prima che mi giunga quell’aiuto ne passerà del tempo. Comunque, con la famiglia continuavo a tirare avanti. Come sempre aiutavo la mamma in negozio ma mi accorgevo, giorno per giorno, che gli affari non andavano bene, anche per l’incapacità di mio padre di condurre il negozio.

La mamma, dopo aver pranzato e fatte le faccende domestiche, si dedicava ai fiori che erano la sua passione, come quella di seminare ortaggi. A volte l’aiutavo e ne provavo piacere. Toglievo le erbacce con i piedi e qualche volta vangavo la terra. Tutto ciò mi riusciva assai bene e, quando ero stanco, mi sdraiavo su di una coperta che avevo steso nella parte mattonellata del giardino.

Lì la mia fantasia correva: immaginavo di avere una casa tutta per me e una donna ad attendermi sulla porta come le brave mogli. Così avrei reso felici due persone, io la prima, la mia mamma la seconda.

Credo di interpretare il suo pensiero (di vedere suo figlio sposato), un pensiero che non ha potuto vedere attuato, ma dal suo cielo ora può farlo. Penso ne sarà tanto felice.

A questo proposito gli dedico una poesia:

 

 Tu vivi in me

 

"A te pensando mamma, 

mi riaffiora il pensiero del tempo bello, di quei giorni tutti uguali. 

Ma che importanza avevano?

Avevo te ed ero ricco del tuo amore, del tuo affetto.

Ben presto divenni nudo e scalzo 

e tanto freddo dentro me. 

Mamma, tu lasciasti me.

Quei giorni tutti uguali,

ora erano più pesanti e amari.

Sentivo le lacrime dal viso lasciarmi. 

Questa amara terra or di te si è ricoperta. 

Pace mi son dato, ma non di te mai dimenticato. 

Sei e sempre sarai la mia mamma 

e mai da me ti sei distaccata.

Perché so che ovunque mi porti il passo

te, di lassù, sempre più darai a me che son quaggiù

tutto quell’amore che hai tu."

 

CAPITOLO V

Forse troverete che questa poesia non sia ancora al punto giusto, visto che per adesso mia madre è ancora in vita, ma io l’ ho scritta ugualmente perché, come dice il titolo, "Tu vivi in me".

Col tempo, anche il desiderio di amare in me si era arrestato. Non che non cercassi più l’amore ma ero deluso, stanco di rubare al caldo sole dell ‘estate gli amori minorili, innocenti, talvolta sinceri, talvolta falsi. Ora avevo necessità di una donna cosciente delle sue responsabilità e soprattutto maggiorenne perché così, se veramente mi avesse amato ed i suoi genitori fossero stati contrari non avrebbero potuto farci niente.

Sapevo benissimo che sarebbe stata un’ impresa ardua, che dovevo ancora lottare. Per questo e altre cose pregavo colui che mi diede il soffio della vita. Sapevo ben rendermi conto che se anche avessi trovato una donna ben poco potevo offrirle; non avevo neanche un lavoro, ma soltanto quella misera pensione.

Certamente i miei genitori non mi avrebbero abbandonato, specialmente la mamma che avrebbe dato il suo sangue per la mia felicità. Così con queste idee sono sempre andato avanti; ma per quanto? Per me avere una famiglia propria ed un lavoro, il tutto accompagnato dai figli era il mio più grande sogno che ancora non avevo sognato, Penso che sarete concordi con questa poesia:

 

Corri vita

 

"Corri vita a perdifiato,

non ci sarà un traguardo

per te che hai lottato.

Non ci saranno festeggiamenti né luci,

ma solamente ombre a te care.

Corri vita senza più speranza

l’anima il corpo tuo lascia

e sul viso tuo tramonta l’ultima lacrima.

Cala il sipario sull’ultimo tuo atto,

il copione è bianco, vuoto il teatro.

Per chi stai recitando inutile pagliaccio?

Tutti hanno conosciuto il tuo passato,

anche se tu cerchi di celano.

Corri vita, lassù nel tempo dello spazio

C’è tanto amore per quanto è grande il creato."

 

L’ignoranza umana

Anche se ora ho raggiunto i ventiquattro anni, provo sempre fastidio l’essere osservato come un quadro raro. Comprendo benissimo di avere una menomazione fisica che raramente se ne trovano e non se ne vedono, soprattutto nella città ove vivo. Io stesso guardo altre persone handicappate ma non lo faccio certamente con occhi pietosi. Non dico poverino quello o quell’altro. Dico solamente che Dio sappia dare a loro quella stessa felicità che ha saputo dare a me.

E voi, non avete ancora capito che gli handicappati non cercano pietà, non vogliono i vostri sguardi pietosi. Le nostre mutilazioni si vedono ma non ce ne vergogniamo. Non è noi che dovete evitare ma coloro che fanno del male, che portano morte. So benissimo che non potete farlo e ve ne dirò il perché. Perché i vostri occhi sono capaci soltanto di vedere le mutilazioni fisiche mentre coloro che le covano dentro non le potete vedere perché avete imparato a vedere con gli occhi e non col cuore. Questo fa male non soltanto a noi ma soprattutto alle nostre mamme che ci hanno partorito. E per colpa vostra, molti dei miei fratelli sono costretti a starsene chiusi nelle loro case, senza poter vedere le meraviglie della natura e della vita.

Anche per noi i genitori non vivono eternamente e, mentre per i vostri, quando saranno vecchi, ci sarà la soddisfazione di vedere i propri figli "sistemati", non sarà certamente così per i nostri. Per loro ci sarà maggiore sofferenza poiché proveranno il dolore di non aver potuto assicurarci un domani felice e sicuro.

A tale proposito vi trascrivo questa poesia:

 

Uno dei tanti..., gli handicappati.

 

"Prego, Signori e Signore, un attimo d’attenzione,

devo leggervi queste poche righe che io, modesto poeta, ho scritto

per tutti coloro che dipingono con piede e bocca,

come faccio anch’ io.

Le nostre mamme, come le vostre,

ci hanno partorito con tanto amore e tiepidezza di tanto calore;

ci han cresciuto nonostante ci fosse nei loro animi tristezza e pianti.

Pur celandoli, noi li avvertivamo e come loro tacevamo.

Ci siam fatti da noi, con le nostre esperienze,

tribolazioni e sofferenze;

cercando nella vita un mestiere adatto alle nostre possibilità.

Ed ecco l’ evento:

un Sant’uomo del nostro stampo le sue braccia ci ha aperto.

Or siamo tutti uniti per mano

e con serenità teniam fuori dai nostri animi nature morte e paesaggi.

Se quel Santo mi ha rigermogliato,

la fioritura la devo all’ amore mio che tanto amo,

che con me ha diviso sofferenze e pianti del tempo andato.

Ma oggi il suo più umile sorriso vuol lasciarvi a testimoniare

che gente come noi si posson amare.

Grazie Dio di tanta luce che mai si spegnerà."

 

Avevo la sensazione che gli anni non passassero mai.

Quando siamo piccoli si vorrebbe essere grandi ed ora sono qui con i miei venticinque anni. Che posso raccontarvi di quell’anno? La vita andava avanti benché i giorni fossero sempre tutti uguali,tranne le domeniche quando mio fratello con sua moglie e figlio venivano a pranzo da noi. Quando non c’erano loro mia madre telefonava sempre a qualche sua amica e non riattaccava se non dopo essersi seduta sulla sedia e aver fumato almeno due sigarette. Aveva proprio l’aspetto di una segretaria. A lei piaceva tanto conversare ed anche fumare. Solamente questi erano i suoi svaghi a parte qualche sera che andavamo tutti a passeggiare sul lungo mare soffermandoci a bere ad una baracchina chiamata "Adone". Dopo di che si ritornava a casa. Queste erano le domeniche sere che la mamma passava assieme a noi. Si accontentava, doveva farlo. Non c’erano molti soldi; ormai il negozio faceva acqua da tutte le parti e di questo,come ho già detto, ne aveva colpa anche mia padre che per gli affari non era molto portato. Egli rimetteva tutto al domani (non ti preoccupare! Diceva). Ma più di una volta dovette ricorrere ai prestiti di mia nonna e di altri parenti e, infine, tutta la sua gratitudine non fu certo una delle migliori.

Per il momento termino qui questo capitolo, ma se volete sapere esattamente come andarono le cose, abbiate pazienza che compia i ventisei anni. Vi troverete tutto quello che ho tenuto dentro fino a quando sono stato assieme a loro. E pensare che dalla mia nascita fino a venticinque

anni mio padre fu un uomo tranquillo, con i problemi di tutti, ma non ebbi mai da lui un rimprovero.

Qualcosa dentro di sé stava cambiando ed io non me ne accorsi fino a quando fu troppo tardi.

 

CAPITOLO VI

Come potete constatare piano piano ci sto arrivando. Il millenovecentosettantuno stava finendo lasciando il posto al nuovo anno e con esso arrivarono i miei ventisei anni. Nessuno avrebbe pensato che la mamma mi avrebbe lasciato, lei una donna così piena di vita, allegra, che non aveva mai avuto una malattia (salvo quelle di normale amministrazione).

Tutto ebbe inizio in un pomeriggio. Non vi stupite se si stava entrando in estate; questa stagione fa in modo particolare parte della mia vita. Come dicevo prima quel pomeriggio la mamma era andata nella parte di giardino della proprietaria della casa ove la mia famiglia abitava. Per quale motivo vi fosse andata non ricordo ma so solo che la stavano cercando. Fu uno ad uno di famiglia che gli venne l’idea di cercarla in quel giardino. La trovò mentre cercava con tutte le sue forze di rialzarsi. Aiutata a rientrare in casa disse che aveva avuto un capogiro e la cosa finì lì fino a quando non ricadde ed inoltre si sentiva molto spossata con tanto bisogno di dormire.

Nessuno di noi poteva sospettare che quelli sarebbero stati i primi sintomi dell’eterno addio.

Giorno dopo giorno il suo stato di salute peggiorava anche se a noi cercava di dimostrare il contrario. Di comune accordo decidemmo di chiamare il medico di famiglia che dopo averla visitata (con stupore dei presenti) chiese una spilla. Distesa la mamma sul letto, le pungeva le dita dei piedi facendole alzare prima un braccio poi l’altro.

Dopo questo esame udii benissimo la parola "ospedale"(non ricordo il resto) per sotto— porsi a delle analisi.

Ricoverata al padiglione dell’ospedale sotto la direzione del Prof. Crudeli, specialista delle malattie della testa, non c’era da aspettarsi niente di buono poiché in quella parte di corsia vi erano ricoverati affetti da malattie tumorali. Il professore disse che urgeva prelevare dalla testa un po’ di liquido per analizzano e scoprire così se si trattava di tumore maligno o benigno.

Il giorno prima delle analisi ero andato a visitarla assieme all’amico Pino e la trovammo seduta su di una sedia e, credetemi, in quel momento nessuno avrebbe sospettato la imminente morte. Teneva sempre quella briosità e fu lei stessa a dirci "andate pure, sto bene!".

Riprendendo il discorso di prima venimmo a conoscenza dell’esito delle analisi: tumore maligno dietro al cervelletto. Non c’era un minuto da perdere. Bisognava operare d’urgenza e per poterlo fare occorreva il consenso del marito che in quel momento si trovava a Pisa per lavoro e così fu mio zio Luciano che andò ad avvertirlo. A questo punto devo aggiungere una parentesi: mia madre, dopo il prelievo di liquido dalla sua testa, nonostante fosse ancora lucida, a mio avviso non era più piena di vita e quando la vidi in quello stato avrei voluto abbracciarla ma avevo l’ordine di farmi vedere tranquillo, non preoccupato, né tanto meno triste.

Ora sapevo con certezza che mi avrebbe lasciato.

Mio padre, messo al corrente di tale urgenza, cercando di non mostrarsi preoccupato, dette il consenso per l’operazione.

Le ore non passavano mai per noi che eravamo lì ad attendere.

Ognuno era assorto nei propri pensieri che in verità erano gli stessi di tutti ma fummo portati alla realtà quando udimmo il suono che annunciava la fine dell’ intervento e tutti guardammo l’ascensore che riportava mia madre alla corsia. Distesa sulla barella, ancora sotto l’effetto dell’ anestesia, con la testa fasciata tenuta ferma da una retina, fu adagiata nel suo letto.

Da quel poco che potei capire il male non era stato asportato perché situato in una posizione molto delicata. Tante ore di intervento per niente!

In seguito il professore intendeva effettuare una seconda operazione ma questa volta mio padre non dette il consenso e per me fece bene.

Ora stavamo tutti intorno al suo capezzale. Ognuno dentro di sé piangeva.

Del negozio si occupava la moglie di mio fratello mentre io svolgevo lo stesso lavoro ma non era più il negozio di prima.

Per le nottate alla mamma si alternavano i miei parenti, benché la maggior parte le abbia effettuate la zia Mara, sorella della mamma. i giorni passavano e la mamma continuava a peggiorare; Quando andavo a visitarla ed a vederla in quelle condizioni mi si straziava il cuore. Le dicevo: Mamma, mi riconosci ? Sono Luigi. Mi rispondeva: si, sei Luigi. Era ancora cosciente, ma sono sicuro che sapeva di morire.

Dopo alcuni giorni andò in corna e non si riprese più.

Se la memoria non mi tradisce fu mio padre a vederla morire. La sua morte avvenne il diciannove luglio 1972 di pomeriggio. lo e la nonna eravamo a casa e precisamente sul cancello che da sulla strada, quando la macchina di uno dei miei zii si fermò davanti e la nonna capì subito che sua figlia era morta e con un’esclamazione disse: è morta! Si, era così, erano venuti a prendere i vestiti.

Corsi subito in negozio ove c’era mio fratello e lo misi al corrente. Si chiuse bottega e saliti in macchina ci recammo allo ospedale. Entrando nella stanza dove era ricoverata la mamma non la trovammo poiché, per fare prima, I ‘avevano trasportata direttamente all’obitorio. Passando nei sotterranei dell’Ospedale ci recammo nella camera mortuaria dove su una lastra di marmo bianco giaceva nostra madre. Aveva un colorito roseo e sembrava che dormisse del sonno di chi aveva tanto sofferto. Mi dovetti allontanare da quel luogo e una volta solo diedi libero sfogo al mio dolore.

Devo aggiungere ancora due particolari: il primo è quello che durante la giacenza della mamma in ospedale rividi Anna poiché prestava servizio in quel reparto ma, nonostante ci fossimo rivisti, non accadde niente. Ugualmente la devo ringraziare per aver assistito mia madre; il secondo è il desiderio della mamma che diceva sempre di voler essere sepolta accanto a suo padre. Desiderio questo che è stato esaudito.

 

Viva più che mai

 

"Viva più che mai tu sei o madre mia.

La tua dipartita lasciò un vuoto nella mia vita.

Versai lacrime di dolore,

ma dentro a me c’era conforto e amore.

Già vedevo la tua anima salir su nel ciel, con grazia

e non mi sentii più solo.

Nel Regno dei beati e nella vita eterna

in te rigenererà nuova conoscenza.

Stolti voi siete perché non capite

che la vita terrena è solo un’ombra

per poi incontrar luce divina.

Ciao, mamma! La sera è scesa,

il cielo ha chiuso il suo lembo

e dentro al mio letto mi sento stringere al petto.

Viva più che mai io ti sento."

 

CAPITOLO VII

Dopo la morte della mamma mio fratello e la sua famiglia vennero ad abitare in casa mia per non lasciare soli me e mio padre, benché ci fossero anche la nonna ed il cane Dik. In particolare per me, ora che avevo perduto la mamma,ci avrebbe pensato lei (Alba), la moglie di mio fratello. Ella non aveva molta simpatia per mia nonna e, mio padre, morta sua moglie, si trasformò (in peggio).

Non so di preciso quanto tempo era trascorso dalla morte della mamma ma penso non molto, quando una sera, come le altre, portavo il cane Dik a fare la solita passeggiata lungo un viottolo stretto che portava, attraverso i campi, alla statale Aurelia. Era buio pesto perché non c’era luna, chiamavo Dik ad alta voce quando all’improvviso vidi venirmi incontro una donna avvolta da una intensa luce. Piano piano si avvicinava e riconobbi in lei mia madre. Non disse una parola ed io feci altrettanto. Penso che passarono alcuni secondi prima di correre come un forsennato spaventato verso casa, dimenticandomi anche del cane. Giunto al cancello di casa, la nonna, vedendomi in quello stato di terrore mi chiese cosa mi fosse accaduto. Dicendole quello che avevo visto ne rimase stupita e meravigliata. Mi feci coraggio e ritornai in quel campo. Lei era sempre lì. Sudavo freddo e tremavo come una foglia ma questa volta mi ero riproposto di non scappare e mantenni la parola. A meno di dieci passi di distanza si fermò, mi guardava con quel suo dolce viso, mentre gli occhi sembravano dirmi "non temere", poi si voltò e piano piano scomparve come per incanto. Rimasi lì ancora una decina di minuti, per niente impaurito e vi garantisco che era veramente mia madre.

Richiamato il cane rientrammo in casa e quella notte non chiusi occhio. Non m’importava di dormire perché mi sentivo tanto felice e capivo che non l’avevo persa ma ritrovata.

 

Bentornata mamma!

 

"Amico vento porta questo mio pensiero su nel cielo.

Lassù qualcuno sta in ansia per la mia vita a lei cara.

Si, vi parlo della mia mamma,

che troppo presto fu chiamata.

Nelle ore della solitudine io sento abbracciarmi e

un sorriso il mio viso lasciava.

Le mie labbra mormoravan: ben tornata mamma!"

 

Un’accusa infondata

Una mattina, mia nonna era andata in camera di sua figlia per prendermi della biancheria. Cercando di aprire l’armadio si accorse che era chiuso a chiave. Sopraggiunse la moglie di mio fratello e, vedendola, andò a dire a mio padre che sua suocera stava portando via della biancheria dall’armadio di sua moglie. Tutti e due l’accusarono ingiustamente e mia nonna rispose loro "che voleva prendere della roba per me ma avendo trovato chiuso non prese niente. Ad avere chiuso a chiave era stata la moglie di mio fratello poiché le chiavi le aveva nella sua borsa. Nonostante tutto mio padre credette a sua nuora. Ma io posso assicurarvi l’innocenza della nonna perché non solo ne ero stato testimone, ma personalmente avevo visto le chiavi nella sua borsa. Questo non è che il principio del declino di mio padre.

Così, dopo qualche giorno, la nonna dovette lasciare la casa perché capiva che dopo quelle accuse non avrebbe potuto continuare a viverci. La lasciò a malincuore dopo avervi trascorso più di quaranta anni e andò ad abitare con sua figlia Mara dove tuttora risiede.

Ripresi a dipingere, mio fratello a lavorare ed anche mio padre aveva trovato un buon posto presso il Cantiere Navale Luigi Orlando.

Vi chiederete che fine abbia fatto il negozio. All’inizio cercarono di riparare alle

perdite ma in seguito fu venduto per una cifra irrisoria che a malapena servì a saldare i creditori con una piccola cifra in avere che sua nuora si trattenne dando a me diecimila lire. Anche della pensione che percepivo all’ora (trentaseimila lire) ventimila le tratteneva lei. Non credo che quelle ventimila lire potessero salvare il suo bilancio familiare, visto che già prendeva due stipendi ma, nella mia ingenuità, gliele lasciavo. In futuro decisi non darle più niente. Non credo che tutto quello che scriverò in seguito sia dovuto a questo fatto.

Come dicevo prima ricominciai a dipingere e fu così che per la prima volta partecipai al "Premio Rotonda" che si svolge ogni anno d’agosto all’Ardenza, frazione di Livorno. Fui fortunato perché oltre a ricevere tanti elogi molti miei quadri furono acquistati.

Dipingevo anche a notte inoltrata e alcune volte fino all’ alba.

Il tempo inesorabilmente passava e quando si era in estate il maggior tempo lo trascorrevo al mare mentre i mesi invernali li passavo al bar od al cinema dove l’ingresso per me era gratuito. Alla sera, l’unico svago era quello di portare il cane Dik a passeggiare lungo le strade. L’abitazione dove ora abitavamo non era dotata del giardino come l’altra, ma di due grandi terrazze. Pure questa abitazione, dopo breve tempo dovemmo lasciare perché soggetta a demolizione.

Con un po’ di fortuna andammo ad abitare in un appartamento (se così si può

chiamare) situato al terzo piano nel centro città. 11 pavimento sembrava un saliscendi ed il soffitto aveva le travi ancora in buono stato. Tre erano le stanze più la cucina ed il bagno (si fa per dire poiché non avrebbe ospitato neanche un cane per la sua bassezza e ristrettezza).

Nonostante tutto ci accontentammo del nuovo alloggio anche perché situato in pieno centro.

Non saprei dirvi come e quando incominciò che la moglie di mio fratello si tolse l’abito d’angelo. Perfino col cane l’aveva presa, una bestiola buona, affettuosa, che non dava per niente fastidio.

Più i mesi passavano sempre più la prendeva con me. Non riuscii mai a capire perché era portata a farmi del male e, come se non bastasse, mio padre le dava ragione. Mio fratello, grande e grossa, non era cattivo salvo quando lei lo istigava e quelle poche volte che su di me alzava la voce e di tanto in tanto anche le mani, lei ci godeva molto più che in un amplesso tanto che continuava a dirgli: bravo, picchialo ancora!" e mio padre, benché fosse presente alla scena, era come un automa, ipnotizzato da lei. Così mangiavo poco, andavo a letto vestito perché nessuno voleva più prendersi l’inconveniente di spogliarmi. Mi alzavo alle sei del mattino quando mio padre andava al lavoro e mi sentivo solo contro tutti trascorrendo la maggior parte della giornata fuori e lontano da quella casa.

 

Uomo senza volontà

 

"Uomo senza volontà sta camminando,

Senza sapere lui va.

Nel suo cervello

un ronzio d’api gli opprime il silenzio.

Quel cor dolce or d’amaro sa;

quella vita che un dì amava,

or ha gettato nella strada, al miglior offerente;

quel volto che conobbe il sorriso,

or di serio si è ricoperto.

Caro babbo, come sei mutato!

Da quando quel fiore si spense lente, lente,

non c’è più niente di ragione sulle tue labbra.

Tu parli ma la tua volontà chi per te la fa?

Tu scagli frecce, ma dimmi:

chi per te tende l’arco?

Uomo senza volontà, chi

frugò nel tuo animo con mani d’inganno?

Tu uomo, tutto quanto hai accettato.

Ma per chi e perché l’ hai fatto?"

 

CAPITOLO VIII

Un soffio di vento, un soffio d’amore

Arrivò di nuovo l’estate. Era passato poco più di un anno dalla morte della mamma e quante nuove tristezze mi erano capitate! Con lei avevo perso tutto: mio padre, una famiglia; più niente mi era rimasto. Mi sentivo demoralizzato e la mia vita sembrava senza scopo.

Così, senza una meta, camminavo per buona parte della giornata. Ritornai al mare ove sentivo rifiorire il fascino della mia adolescenza ed il ricordo dei giorni felici con mia madre. Conobbi un ragazzo della mia età di nome Franco e diventammo subito amici. Un giorno che mi trovavo in sua compagnia, lungo il litorale, accadde qualcosa di importante che mutò il corso del mio amaro destino. Eravamo seduti sulla spalletta di una terrazza quando mi apparve davanti una ragazza bionda, alta, molto piacente. Il cuore cominciò a palpitare più in fretta e vi sembrerà impossibile, ma ebbi la sensazione di amarla come se l’avessi conosciuta da sempre. Decidemmo di seguirla anche se, essendo in due, sapevo che non avremmo concluso niente. Credo che lei si accorse subito di essere seguita ma con sua indifferenza non lo faceva capire. Così camminammo tanto sotto il sole inutilmente poiché ad un tratto salì in automobile e scomparve. Ritornando sui nostri passi, avevo la sensazione che l’avrei rivista, ne ero sicuro perché sentivo che era entrata nel mio cuore come una folata di vento, d ‘amore.

Ora vi scriverò due poesie che in quella circostanza le dedicai:

 

Lui per noi

 

"Angela, compagna della mia vita,

soffio d’una brezza

che allieta la mia esistenza di sofferenza.

Tu, col tuo caldo corpo,

sai darmi ristoro e portarmi fuori del tempo.

Angela, sei bella, sei cara. Tu donna,

sai cambiarti in amante, moglie e mamma.

Come potrò restituirti tutta questa grazia?

Io che sono povero e nude ho le mie mani che posso darti?

Solo tre cose: ricchezza d’amore, al cielo innalzarti e con te morire.

Perdonami se altro non possa darti!

Angela, Dio ci guarda! LUI ci ha uniti.

Non sarebbe giusto deludere

chi PER NOI d’amor si vestì."

 

Morire di te

 

"Le ore che ci separano mai passano

e quando l’ora amica a te m’avvicina,

già rintocca l’ora d’andar via.

Come scende la sera così il mio volto s ‘annebbia

e porto via con me l’immagine di te.

Taccion le labbra che prima sussurravan

tu sei dentro alla mia anima,

son distaccate e non sentono più il calore del tuo amore,

ma non disperarti, quei tuoi baci in me son rimasti.

Ho le mani tremanti ma non è il freddo,

è perché sto lasciandoti,

ognuno di noi ritorna sui suoi passi.

La notte muore e un nuovo giorno risorge,

ma l’amore che ti do né muore né risorge,

vivrà ora e sempre."

 

Il giorno seguente, col sole sempre più opprimente, ci recammo di nuovo al mare e mentre parlavamo, io guardavo fisso verso il punto ove l’avevo vista per la prima volta. I minuti e le ore passavano ma lei ancora non si vedeva. Mi ero quasi rassegnato a perderla prima ancora di averla conosciuta quando, lasciato Franco, mi incamminai lungo mare verso quel punto e finalmente la intravidi seduta sulla spalletta, rivolta verso il mare.

In un baleno la tristezza che mi aveva pervaso scomparve. Però adesso non sapevo più cosa fare e soprattutto come avvicinarla. Indossava un paio di pantaloni bianchi ed una camicetta dello stesso colore e stava ascoltando la radiolina che teneva vicino all’orecchio.

Non chiedetemi come riuscii ad avvicinarla, visto che ero molto timido, ma il desiderio era più forte della mia timidezza.

Con la scusa di poter ascoltare le canzoni che la radiolina trasmetteva, le incominciai a parlare. I nostri furono i discorsi di due persone che si sono appena conosciute: le solite cose banali. Fatto sta che da quel giorno continuammo a vederci sempre. Il mio amore per lei cresceva ogni giorno e la felicità aumentò ancora di più perché anche Angela (così si chiamava) contraccambiava il mio. Anche a lei era accaduto qualcosa di strano. Eravamo come due persone che si erano sempre cercate e sempre amate.

A volte, pure adesso, non credo alla fortuna che ho avuto. Era arrivata per me una donna vera, quella che avevo sempre sognato nei miei sogni impossibili.

Una sua rivelazione momentaneamente mi fece precipitare sul fondo. Angela era una donna sposata ma aggiunse qualcosa riguardo al suo matrimonio che quelle parole ml fecero comprendere che non avrei tolto niente a quell’uomo che non conoscevo e che non aveva fatto nulla per meritarsi quella donna che era ed è come un Angelo.

Questi furono i primi giorni del nostro amore e da allora non ci siamo più lasciati. Abbiamo dovuto lottare contro tutto e tutti per arrivare alla tranquillità di oggi ed il nostro amore è passato sopra qualsiasi ostacolo: le chiacchiere della gente, l’opposizione della mia famiglia, la povertà, con la fiducia e la certezza che, uniti, avremmo superato tutto.

La notizia dei miei rapporti con Angela giunse alle orecchie di mio padre che si dimostrò contrario a che io frequentassi una donna sposata.

Ancora una volta vi scriverò una delle tante poesie che a lei ho dedicato:

 

Il sorriso del mio amore

 

"I1 sorriso del mio amore

è soave, dolce, e dà pace al mio dolore.

Il cielo è coperto ma il sorriso tuo

ha riacceso il sereno;

la notte buia il tuo sorriso la illumina.

Fra mille non ti confondo,

il tuo sorriso io riconosco.

Il vento gioca col tuo silenzio,

strappandoti dalle labbra sorriso sincero.

Se nei miei pensieri sono immerso

c’è il tuo sorriso che rianima il mio spirito.

Il sorriso del mio amore

ha spezzato ogni mio dolore,

spalancandomi le porte di tanta gioia."

 

Disse che non avrebbe potuto darmi nulla. Quanto si sbagliava! Con Angela ero felice ed avevo ritrovato fiducia in me stesso. Quando le stavo vicino dimenticavo ogni sofferenza che però riprendeva quando rientravo in casa ove c’era un’atmosfera elettrizzante che a farla divampare era sempre Alba, con le più assurde parole. Così non mangiavo neanche quel poco che mi davano e molto spesso scendevo giù al bar per consumare un cappuccino con delle paste per poi andare dalla mia donna che sapevo mi aspettava.

Rientravo a casa molto tardi e la mattina seguente dovevo aspettare che qualcuno mi vestisse. Una mattina, rimasti soli in casa soli, Alba non mi volle vestire, costringendomi a gironzolare per la casa con le sole mutande. Questo fatto si ripeté per altri giorni . Sapeva che da solo non ero in grado di vestirmi e questa era per lei una meschina forma di vendetta.

Allora fu così che il gran desiderio di correre da Angela, anche per rassicurarla dei mancati appuntamenti, imparai, col mio ingegno e la costanza di chi handicappato vuoi raggiungere uno scopo a qualsiasi costo, a vestirmi da solo. Con dei fili e qualche canna mi infilavo i pantaloni tirandoli con uno spago fatto passare attraverso il buco della cerniera, mentre con la bocca tiravo la corda e così veniva su anche la cerniera. Le calze e le scarpe le infilavo con i piedi, la camicia la indossavo con l’aiuto della bocca e così pure provvedevo ad abbottonarla mentre con la canna infilavo la camicia nei pantaloni.

Tutto questo mi costava fatica, sudore e tanta pazienza ma riuscivo a superare tutto al

pensiero che alle ore due c’era i1 mio amore che mi attendeva in piazza Cavour.

Da quel giorno questo fu il lavoro di tutte le mattine e talvolta, per evitare questo inconveniente, mi concavo vestito.

Molte volte ho dovuto litigare con Alba e mentre mi difendevo come meglio potevo, si scagliava su di me come una belva ferita. Mio padre, anziché difendermi, mi teneva fermo dando via libera a lei di malmenarmi. Gettò la mia poca roba per tutto il pavimento della casa, dico poca perché da quando morì la mamma non mi fu comprato più nulla. Inoltre, una mattina, mentre dormivo ancora, senza alcun motivo, mi colpì alla testa con una scarpa.

Ce l’aveva a morte con i miei parenti che pure non le diedero che bene e, quel che più mi rattrista, è che del suo parere divenne anche mio padre. Io, per fortuna, avevo il mio amore che mi confortava e spesse volte mi portava perfino del cibo che consumavo al mare. Quando non era lei a portarmelo era perché andavo a pranzo dalla zia Mara.

Tutti e due messi insieme ne dissero tante sul conto di Angela che se dovessi elencarle tutte ne verrebbe fuori un poema. La trattavano di tutti i titoli, facevano pressione su di me per dissuadermi dal frequentarla che, se c’era una cosa che non dovevo più frequentare, era proprio quella casa divenutami insopportabile e stregata. Quel passo era molto vicino.

Una sera, benché fumassi la pipa con dell’ottimo tabacco profumato, fece una delle sue

solite scenate: spalancò le finestre insultandomi e mentre per mio fratello la cosa non aveva nessuna importanza, per mio padre era giusto che io non fumassi. Certo, il sigaro che fumava lui non la disturbava! Eppure era costituito da tabacco toscano, uno dei più forti e puzzolenti tabacchi.

La mia infelicità me la ricordava ogni istante del giorno. Mi accusò della morte della mamma, lei che era venuta nella mia famiglia ben accolta da tutti e la mamma che molto spesso le faceva